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Giustizia riparativa — Articolo di presentazione

21 ottobre 2026

Che cosa fare del male una volta che è stato commesso? È questa la domanda che attraversa il nuovo libro di Marie Monnet, Giustizia riparativa. Fondamenti, pratiche e metodi, pubblicato nell’ottobre 2026 da Domuni-Press nella collana «Diritto». Avvocata iscritta all’Ordine degli avvocati di Parigi, dottore di ricerca in diritto e in teologia e rettrice di Domuni-Universitas, l’autrice firma un libro breve e denso, nato da conferenze tenute dal 2024 a Tolosa, Bruxelles e Tours. Vi presenta un modo diverso di amministrare la giustizia, più discreto, ma profondamente umano.

Ciò che il processo non può offrire

Il libro si apre con una scena. Nell’ambito di un programma francese di incontri tra persone detenute e vittime, una madre il cui figlio è stato ucciso accetta di incontrare un uomo condannato per un omicidio analogo. Non è l’assassino di suo figlio. Nessun avvocato ne sostiene la difesa e non è in gioco alcuna pena: l’uomo racconta semplicemente la violenza e il lento processo attraverso il quale ha preso coscienza del male commesso. Alla fine, la donna afferma: «Per la prima volta, ho l’impressione che qualcuno mi abbia risposto».

L’intera opera prende le mosse da questa distanza. Marie Monnet non rifiuta la giustizia penale. Al contrario, ne ricorda la conquista storica: aver sostituito alla vendetta senza fine un terzo chiamato a giudicare, dall’Areopago istituito da Atena nell’Orestea alle città di rifugio della Torah. Tuttavia, ne mette in luce anche i punti ciechi. La vittima rimane spesso ai margini di un processo che contrappone lo Stato alla persona accusata. L’autore del reato è invitato a difendersi, ma raramente a prendere coscienza di ciò che ha distrutto. Il legame sociale, dal canto suo, non viene ricostituito e il tasso di recidiva rimane elevato: il 59% delle persone uscite dal carcere nel 2016 è stato nuovamente condannato nei quattro anni successivi. Restano infine i fatti caduti in prescrizione, gli autori deceduti o sconosciuti e le denunce archiviate senza seguito, che lasciano la vittima sola con ciò che ha subito.

Due verità, quattro pilastri

Di fronte a questi limiti, la giustizia riparativa propone un «cambiamento di prospettiva», secondo l’espressione di Howard Zehr, uno dei suoi pionieri: considerare il reato non più anzitutto come una violazione della legge, bensì come un danno arrecato alle persone e alle relazioni. L’autrice distingue così due verità. La verità dei fatti, accertata nel processo secondo le regole della prova e il principio del contraddittorio, rimane indispensabile. Esiste tuttavia anche una verità relazionale, che esprime non soltanto ciò che è accaduto, ma anche le conseguenze che ha prodotto. «Una verità di questo tipo non si dimostra, si affida».

Il libro struttura questo approccio attorno a quattro pilastri: la verità dei fatti, l’impegno personale e libero di ciascuno, la ricostruzione dei legami e la dimensione comunitaria. Quest’ultimo pilastro, «spesso dimenticato», è decisivo per l’autrice, perché distingue la giustizia riparativa da una semplice mediazione tra due parti. La responsabilità di un atto appartiene al suo autore, scrive, «ma la ricostruzione appartiene a tutti».

Tre pensatori contribuiscono a chiarire questa intuizione. Emmanuel Levinas mostra che il volto dell’altro mi obbliga prima ancora di qualsiasi norma. René Girard descrive la tentazione del capro espiatorio che incombe su ogni comunità ferita. Paul Ricœur vede nel giudizio l’instaurazione di una «giusta distanza», sulla quale l’incontro riparativo interviene a sua volta. L’intera opera è accompagnata da una chiave di lettura: la giustizia riparativa è, su piccola scala, ciò che la giustizia di transizione è su larga scala, dal Sudafrica di Desmond Tutu al Ruanda, al Perù e alla Colombia.

Metodi rigorosi, un quadro giuridico preciso

Il contributo più concreto del libro risiede nella descrizione dei dispositivi. Lontano dall’immagine di una conversazione improvvisata, l’incontro riparativo viene presentato come un processo «studiato fin nei minimi dettagli». Si articola in quattro fasi: la richiesta, sempre libera e revocabile; una preparazione approfondita, che dura spesso diversi mesi e comprende colloqui individuali volti a individuare aspettative irrealistiche o pericolose; l’incontro vero e proprio, condotto da due facilitatori alla presenza di due volontari che rappresentano la società civile; infine, la fase successiva all’incontro. Il libro privilegia gli incontri nei quali vittime e autori di reato non sono coinvolti nello stesso caso: la vittima può porre le proprie domande senza dover affrontare direttamente il proprio aggressore.

Il quadro giuridico è esposto con chiarezza. In Francia, la legge del 15 agosto 2014 ha introdotto l’articolo 10-1 nel Codice di procedura penale, che consente di proporre una misura di giustizia riparativa in ogni fase del procedimento. I fatti devono essere stati riconosciuti, le persone coinvolte devono aver prestato il proprio consenso e il percorso deve essere condotto da un terzo indipendente e formato. Il Belgio, pioniere in questo ambito, consente il ricorso alla mediazione in qualsiasi momento a partire dalla legge del 22 giugno 2005.

Un capitolo è dedicato alle situazioni in cui non è possibile celebrare un processo, a cominciare dagli abusi sessuali nella Chiesa. Dopo la relazione della Commissione Sauvé, l’INIRR e la Commissione per il riconoscimento e la riparazione hanno proposto un percorso di riconoscimento al di fuori delle aule giudiziarie. L’autrice presenta anche l’associazione Justice Autrement, fondata nel 2022 da Thérèse de Villette, di cui è membro fondatore, e i suoi incontri tra autori di reato e vittime. Per quanto riguarda il Belgio, ricorda inoltre il centro di arbitrato che ha trattato 628 richieste tra il 2012 e il 2017: oltre l’80% delle vittime ha scelto la conciliazione anziché una decisione imposta da un terzo.

Una giustizia esigente, non una giustizia di serie B

Il libro non cede a un entusiasmo acritico. Esamina le valutazioni disponibili: la revisione della Campbell Collaboration del 2013, basata su dieci studi randomizzati; le ricerche condotte da Joanna Shapland nel Regno Unito; e una meta-analisi del 2025 che rileva una riduzione di circa il 17% del rischio di recidiva. I benefici sono reali, soprattutto per le vittime, ma l’effetto sulla recidiva rimane limitato. È inoltre più significativo quando l’incontro riparativo si affianca al procedimento penale rispetto a quando lo sostituisce.

L’autrice affronta anche le obiezioni: una giustizia troppo indulgente, il rischio di provocare una nuova ferita, la strumentalizzazione e, soprattutto, la violenza di coppia e intrafamiliare, nei cui casi un incontro rischia di riprodurre le dinamiche di sopraffazione anziché spezzarle. La sua risposta è netta: la giustizia riparativa interviene «dopo la protezione e accanto alla giustizia, mai al suo posto».

Gli ultimi capitoli aprono una prospettiva biblica attraverso le vicende di Giuseppe e dei suoi fratelli, Davide e Natan, Zaccheo e il figlio prodigo. Segue una riflessione sulla misericordia, che non può essere utilizzata per coprire il male: il perdono appartiene alla vittima. Un ultimo capitolo estende questo approccio alle «ferite ordinarie» delle famiglie, dei gruppi di lavoro e delle comunità.

Giuristi, magistrati, educatori, visitatori delle carceri, responsabili ecclesiali e semplici lettori troveranno in questo libro una sintesi chiara, arricchita da riferimenti bibliografici e dai principali testi di riferimento. L’opera mantiene la sua promessa: mostrare che la verità, «quando viene detta e accolta, può aiutare a rialzarsi anziché schiacciare».

Marie Monnet, Justice restaurative. Fondements, pratiques et méthodes, Domuni-Press, collana «Diritto», ottobre 2026.