DOMUNI UNIVERSITAS

Roberto Mancini, La nonviolenza della fede. Umanità del cristianesimo e misericordia di Dio, Queriniana, Brescia 2015

Roberto Mancini, La nonviolenza della fede. Umanità del cristianesimo e misericordia di Dio, Queriniana, Brescia 2015


Marina Russo

Roberto Mancini, La nonviolenza della fede. Umanità del cristianesimo e misericordia di Dio, Queriniana, Brescia 2015

L’ultimo lavoro di Roberto Mancini, recentemente pubblicato nel n.381 del Giornale di Teologia, diretto da Rosino Gibellini, offre un prezioso contributo al dibattito contemporaneo sul presunto e sconcertante legame tra religione e violenza, e ci guida a riscoprire il senso più profondo del cristianesimo vissuto nell’accoglienza fraterna e nella nonviolenza, in un cammino di conversione reso possibile dall’amore misericordioso di Dio.
L’autore, professore ordinario di filosofia teoretica all’Università di Macerata, riprende e approfondisce qui alcuni elementi già affrontati nel suo precedente lavoro: Il senso della fede, auspicando il passaggio dall’adesione ad una religione statica, magari incline al moralismo, disposta all’aiuto più che alla condivisione, ad una fede liberante perché fondata sull’amore paterno e misericordioso di Dio.

“il punto non è se i credenti amano Dio, ma se amano come Dio” (p.14)

Il saggio si sviluppa in quattro capitoli, corrispondenti a quattro successivi passaggi del ragionamento. Il primo: “L’umanesimo necessario”, ci conduce alla (ri)scoperta dell’umano, in noi stessi e negli altri, in un percorso di incontro con il Dio vivente, che diviene esperienza di comunione vissuta nella solidarietà, compassione, cura del bene comune, nell’unità della famiglia umana e del creato. Il secondo: “La teologia come cura della pace”, analizza i rapporti e le responsabilità delle religioni e delle teologie, al fine di superare l’attuale paradigma della divisione, e propone percorsi di trasformazione dalla violenza alla fedeltà a Cristo, alla luce della prospettiva del Vangelo. Il terzo: “La filialità evangelica”, è un invito a riscoprire in ciascuno di noi la dignità dei figli di Dio, per imparare sull’esempio di Gesù a divenire uomini e donne nuovi, accogliendo ogni parte della nostra umanità per svilupparla alla luce dell’amore reciproco. Il quarto: “Dio nella misericordia” mette in luce l’azione rigeneratrice dell’amore misericordioso, sia a livello personale che sociale, capace di superare le logiche della giustizia retributiva e di ridare speranza e dignità. Affrontiamolo ora con un maggiore dettaglio.

Quando si affronta il rapporto tra bene comune e confessioni di fede, in una società laica viene talvolta invocato il concetto di “religione civile” nel tentativo di superare le differenze religiose, tutelare il pluralismo e favorire così la convivenza pacifica; esso si basa sui valori fondamentali, le credenze e le regole comuni di una data collettività; tuttavia la loro individuazione comporta – secondo il nostro autore – un irrigidimento del senso di appartenenza ad una determinata cultura, e finirebbe così per stabilire il primato di una civiltà particolare contro tutto ciò che ad essa è estraneo, ponendo in tal modo le radici di nuove forme di divisione e di violenza. Più interessante, secondo Mancini, è la prospettiva della “fede nell’umano”, proposta dal filosofo Maurice Bellet: non una visione semplicistica e idealizzata, ma uno sguardo rivolto al possibile compimento della nostra umanità, alla dignità dell’uomo intesa come la possibilità di esistere non secondo il potere ma secondo l’amore; la capacità di trasformare il nostro essere, grazie all’amore generativo di Dio che trasfigura le persone dall’interno, aprendole alla relazione e alla reciprocità. Per i cristiani ciò è reso più facile con la riscoperta e il “ritorno a Gesù”, che ci rende capaci di fare i conti con il negativo che ci abita, di superare la tentazione della rassegnazione al male che ci circonda e dell’adesione al potere come dominio, per giungere ad assumere piuttosto la responsabilità di un potere che è solidarietà e sviluppo del bene comune. E’ così possibile superare le dinamiche di competizione, che ci inducono ad affermare noi stessi mediante la sconfitta degli altri, scoprire il seme di umanità che è in noi, attingere a questa fonte profonda in cui Dio è presente, e aprirci alla comunione.

Che ruolo hanno in tutto questo le religioni? Di fronte ai fondamentalismi religiosi e agli esiti violenti e sconvolgenti che abbiamo dinanzi, la fede nell’umanità e in Dio potrebbe vacillare. Il secondo capitolo si apre con una riflessione dell’autore sul ruolo “ambiguo” delle religioni e sul delicato rapporto tra teologia e religione. Se la teologia è “l’attitudine a pensare Dio, radicata nell’apertura umana verso un senso che possa giustificare l’esistenza e il mondo stesso” (p.63), nel momento in cui essa diviene forma collettiva e condivisa, finisce con il consolidarsi in una religione secondo una determinata cultura. E’ qui che sorge il rischio di un irrigidimento e della perdita dell’apertura teologica che è dialogo e ricerca continua: la teologia diviene disciplina e strumento interno al “sistema” di una determinata cultura. E se le persone non hanno trovato in sé le ragioni e i percorsi verso un’esistenza “pacifica, mite, nonviolenta e misericordiosa” (p.66), finiranno per trasferire nella religione e nell’immagine stessa di Dio gli elementi violenti del proprio quotidiano. E’ necessario un pensiero (auto)critico per portare alla luce il rapporto malato tra religione, teologia e violenza: non sempre tale rapporto assume una forma attiva e diretta (quando una data religione promuove esplicitamente l’uso della violenza nella teoria e nella pratica), ma esiste una più subdola e diffusa forma ancillare e conservatrice, in cui viene tollerata e giustificata la violenza istituzionalizzata di un dato potere/sistema politico e/o economico. La fede in Dio e nella sua trascendenza e libertà può guidarci oltre il sistema e riaprire i nostri orizzonti, ponendoci in una “prospettiva evangelica”. Cristo ci pone dinanzi un modo diverso di vivere il rapporto con Dio: la filialità, il dialogo amorevole tra il Padre e il Figlio, che si apre a tutti noi, chiedendoci di vivere come fratelli e sorelle. La novità del suo insegnamento si concretizza nell’esperienza della condivisione e della comunione (le beatitudini), nella misericordia (il perdono, l’amore ai nemici), fino alla croce vissuta non come sacrificio di espiazione, ma come dono di sé, espressione massima dell’amore fedele. Riprendendo il pensiero di Enzo Bianchi, l’autore evidenzia come la risurrezione è liberazione dal male, soprattutto dalla paura che blocca ogni capacità di amore. L’esperienza evangelica ci permette di superare il paradigma della divisione in cui siamo immersi: quello che vede le comunità umane costituite in base a logiche di potere, da individui in lotta gli uni contro gli altri, in una visione negativa dell’uomo, fondata sulla paura, che vede nella lotta per la conquista del potere l’unico modo di difendersi e di proteggere la propria esistenza. Cristo ci pone piuttosto nella logica dell’amore e della comunione fraterna, nella fiducia reciproca di coloro che sono stati liberati dalla paura.

Perché allora l’Occidente cristiano non è ancora pervenuto ad una società pacifica e nonviolenta, perché non ha fatto proprie le istanze dell’insegnamento di Gesù? Riprendendo e sviluppando il pensiero di Maria Zambrano, l’autore sostiene che l’immagine di Dio come padre misericordioso, amorevole e nonviolento, era troppo distante dalle precedenti concezioni di una divinità sacrale onnipotente e giudice supremo, che erano alla base dell’ordine sociale e del potere organizzato; essa è stata quindi via via trasformata sovrapponendo alla misericordia il sacrificio, alla filialità l’obbedienza al potere, e così via. E’ tuttavia possibile, secondo Mancini, riconoscere i tratti salienti presenti nel pensiero teologico e sacrale e trasformarli alla luce di Cristo. Egli ne descrive otto, individuando così altrettanti percorsi: dal sacrificio alla misericordia, dal primato dell’ortodossia alla conversione del cuore, dall’esclusivismo alla fraternità universale, da una missionarietà intesa come affermazione del proprio sistema religioso al dialogo fraterno e al desiderio di imparare gli uni dagli altri, dal maschilismo all’accoglienza della femminilità e della maternità, dall’obbedienza intesa come sottomissione al volere incomprensibile della divinità alla libertà dei figli e alla fiducia nell’amore del Padre, dall’aspirazione al potere al desiderio di modificare pacificamente gli ordinamenti sociali per il bene comune, dall’amnesia storica e sociale alla responsabilità reciproca.

Il terzo capitolo si apre con una considerazione di stampo antropologico: per essere capaci di operare tale trasformazione è necessario prima superare la concezione pessimista, che considera gli uomini come esseri indegni, strutturalmente inclini al male. Gli stessi credenti rivelano talvolta un atteggiamento cinico nei confronti delle sofferenze e delle difficoltà umane, un senso di impotenza, una visione dualista tra questo mondo dominato dal male e l’aldilà dove trionferà il bene. Bisogna tuttavia fare attenzione a non cadere nell’errore contrario, osserva l’autore, in una idealizzazione dell’umano che porterebbe al disprezzo per l’incompletezza dell’umanità che sperimentiamo quotidianamente. La via che Mancini ci propone parte dalla riscoperta di essere figli amati dal Padre, nonostante i nostri errori, figli che devono crescere e imparare giorno dopo giorno ad esercitare la libertà che è stata loro donata. Cristo è venuto a rivelare (e a fondare così la coscienza di) una nuova umanità, quella delle figlie e dei figli di Dio. Essere figlio significa crescere, imparando dal genitore, seguendone l’esempio: “assumendo in sé il modo d’essere della fonte della sua vita” (p.114). Al centro di questa relazione c’è l’amore, non un amore qualsiasi, ma quello che Cristo ci ha mostrato: l’amore “creativo, generoso, paziente, fedele, misericordioso, liberante” del Padre, un amore che è donato in abbondanza a tutte e tutti, per il quale dunque non è necessario competere. Una volta che siamo divenuti consapevoli della nostra dignità di figli, che abbiamo scoperto in noi questa capacità di amare come Gesù, impariamo che è possibile spezzare la complicità con il male, aderendo con fiducia all’amore di Dio e volgendoci con la medesima fiducia ai nostri simili. La consapevolezza di essere figli ci deve portare ad imparare a divenire adulti, non secondo le logiche sociali che ci chiedono di abbandonare la spontaneità e la semplicità per adottare solo i comportamenti più utili e competitivi. Il travisamento di questa relazione filiale è ben visibile nella società occidentale in cui la categoria della fraternità, pur enunciata tra i valori fondanti, è stata presto abbandonata o al più interpretata come legame interno in un gruppo chiuso, fino all’attuale concezione antropologica dell’homo oeconomicus, in cui la libertà stessa viene stravolta in nome dell’autonomia e dell’interesse individuale. La libertà dei figli di Dio è proprio la capacità di accogliere ogni parte della nostra umanità per svilupparla nell’amore reciproco. Mai come oggi si sente il bisogno di educatori, in grado di ridare senso alle nuove generazioni, bloccate dal cinismo e dal pessimismo degli adulti, che li vorrebbero competitivi, aggressivi, flessibili, piuttosto che solidali, miti, accoglienti, fedeli alla propria dignità.

Giunto a questo punto, l’autore apre il quarto capitolo chiedendosi quale sia la qualità con cui poter esprimere concretamente l’amore di Dio, e la risposta è: la misericordia. E’ questo un concetto che è stato lungamente relegato ad un ambito vicino al sentire femminile, associato alla pietà, scandalo per chi lo vede contrapposto alla giustizia. Ma a quale concezione di giustizia? Misericordia e giustizia non sono due qualità separate, come dono e retribuzione, eccezione e regola, ci dice Mancini: la misericordia è la giustizia dell’amore, quella che sa guardare il volto di ciascuno (altro che giustizia bendata!) per riconoscervi l’immagine di Dio, il valore e le potenzialità al di là della prestazione di un momento, sa accogliere il presente e attendere lo sviluppo futuro di ogni persona. La misericordia è la luce che ci permette di vedere la verità, che come Gesù ci ha detto è via ed è vita: la verità che possiamo cogliere mettendoci in cammino verso una vita rinnovata. La tradizione pastorale ha individuato una serie di azioni attraverso le quali esercitare la misericordia, l’amore di prossimità verso le miserie corporali e spirituali dei fratelli; ma al di là delle diverse casistiche, vi è una caratteristica comune di questo amore: la fedeltà. L’amore fedele è quello che non abbandona l’amato, sia quando è vittima, sia quando è colpevole del male; è l’amore capace di perdono. Perdono che va oltre la ricerca di giustificazioni o di attenuanti, oltre il saper dimenticare: è la capacità di spostare l’attenzione da noi stessi e dalle nostre ferite per chinarci ad abbracciare le ferite dell’altro. Ed è in questo movimento che si attua la forza guaritrice dell’amore misericordioso, perché esso non è solo un sentimento, ma un’azione capace di separare la vittima dal male. La misericordia quindi è giustizia, non retributiva ma restitutiva: non si limita a fare del fratello oggetto di pietà, ma ne fa soggetto d’amore, rimettendolo così in cammino. L’amore misericordioso libera dalla disperazione e dal senso di indegnità, restituisce speranza. Citando Etty Hillesum, l’autore osserva che per essere capaci di tale amore dobbiamo esercitare la pazienza e saper sostenere la sofferenza, trovare in noi stessi lo spazio dove accoglierla, integrarla, attingendo con fiducia alla forza dell’amore di Dio, certi che non ne verremo totalmente sommersi. Nella vita sociale, l’apertura alla misericordia comporta la capacità di accogliere i conflitti senza eluderli; è l’amore politico che si fa carico delle difficoltà, cerca di resistere alle iniquità e di contrastarle, pur riconoscendo la dignità umana dell’avversario; è la via della nonviolenza. L’amore misericordioso riesce ad ispirare azioni concrete nella cura del bene comune, restituisce speranza ai miseri e li rende partecipi del loro riscatto, fino a realizzare “strutture di misericordia”, come ha scritto Moltmann, ossia istituzioni in cui sia possibile crescere nella reciprocità e nella responsabilità. E’ oggi più che mai necessario per noi cristiani riscoprire il valore dell’amore misericordioso e imparare ad attuarlo nei diversi ambiti dell’esistenza personale e della vita sociale. Per fare questo dovremo però lottare contro la tentazione dello sconforto e del pessimismo, e coltivare la speranza nella felicità e nella salvezza promesse da Dio.

Un saggio intenso, ricco di spunti, complesso e a tratti controverso, che ha il merito di entrare nell’attualità del dibattito sul rapporto tra fede, religione e nonviolenza, apportando un punto di vista originale sul ruolo sociale dell’amore misericordioso, che, come afferma il Papa Francesco, nella bolla di indizione del giubileo straordinario della misericordia: “non è un’idea astratta, ma si incarna nel volto di una persona: Gesù Cristo. E’ lui che rende evidente l’amore del Padre, e nelle sue parole e nei suoi gesti manifesta la vera rivoluzione che il Vangelo è in grado di compiere […] la misericordia è l’essenza della rivelazione”.
 

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